In onda su RaiUno dal 4 al 7 settembre le storie di Vittorio Occorsio, Piersanti Mattarella, Marco Biagi e Natale De Grazia. Dirette da quattro registi diversi, tra racconto e giornalismo

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Quattro storie, quattro “eroi borghesi” per raccontare l’Italia attraverso decenni diversi. Quattro docufilm che, con il comune  titolo “Nel nome del popolo italiano” andranno in onda su Rai Uno in seconda serata dal 4 al 7 settembre, dedicati a quattro uomini dello Stato e diretti da registi diversi: Gianfranco Pannone per Vittorio Occorsio, Maurizio Sciarra per Piersanti Mattarella, Gianfranco Giagni per Marco Biagi  e Wilma Labate per Natale De Grazia. Quattro uomini che hanno pagato con la vita il loro impegno e sacrificio in difesa dell’integrità e della democrazia, messi in scena con una struttura innovativa in cui la narrazione cinematografica s’intreccia con le testimonianze e con i materiali d’archivio; con le memorie private e con le suggestioni d’epoca. Trattano tematiche importanti per il nostro Paese i docufilm: La GiustiziaLa MafiaIl Lavoro e L’Ambiente e sullo sfondo c’è l’Italia, dagli anni Settanta all’inizio del nuovo millennio, un Paese ferito dal terrorismo, dalla mafia e dalla criminalità organizzata, ma anche ricco di idee, energie, coraggio.

A fare da filo conduttore delle storie, tutte declinate tra giornalismo e racconto, sono quattro attori che non interpretano il personaggio e che svolgono invece la funzione del narratore: Gianmarco Tognazzi (Vittorio Occorsio), Dario Aita (Piersanti Mattarella), Massimo Poggio (Marco Biagi) e Lorenzo Richelmy (Natale De Grazia) .

I docufilm sono prodotti da Anele con Rai Cinema e Rai Com. Il progetto realizzato per “non dimenticare” è rivolto soprattutto ai giovani: per permettere anche a loro, sottolinea la produttrice Gloria Giorgianni di orientarsi e comprendere meglio quanto accade nel presente”.

Gianfranco Giagni ha diretto il docufilm su Marco Biagi, ucciso dalle Brigate rosse il 19 marzo 2002, in onda il 6 settembre possimo. Trattare in modo insolito un tema cruciale e sempre più attuale come quello del Lavoro, è stata la sua sfida.

Giagni, che cosa hanno in comune le quattro storie di “Nel nome del popolo italiano” dal punto di vista narrativo?
“L’idea è quella di parlare di grandi temi come la Mafia, la Giustizia ed il neofascismo, l’Ambiente e, nel mio caso, il Lavoro in modo diverso dal solito. In ognuno dei quattro documentari un attore porta per mano lo spettatore alla scoperta delle personalità che si sono volute raccontate, ognuno, naturalmente, con la propria sensibilità. A farci conoscere i protagonisti di queste storie tragiche sono soprattutto i figli ed i nipoti che raccontano qual è stato il loro rapporto con il proprio nonno o il proprio padre. Lo spettatore in questo modo avrà una visione privata spesso sorprendente di questi uomini il cui ruolo pubblico, comunque, viene anche raccontato da altri testimoni. Io ho fatto una scelta un po’ diversa, ho preferito raccontare il Marco Biagi privato attraverso filmati familiari che mi ha concesso sua moglie Marina, ho lasciato che fossero quelle immagini sbiadite in super8 a parlare. Inoltre per me, parlando di un tema delicato e difficile come quello del Lavoro, è stato fondamentale trovare l’attore giusto. Per questo Massimo Poggio che, prima di essere attore è stato operaio metalmeccanico, mi è sembrato il mediatore ideale. Lui sapeva cosa vuol dire lavorare in fabbrica e come si sono modificate negli anni le tematiche del lavoro che affrontava Biagi”.

Chi era Marco Biagi? Chi era l’uomo che, nel campo del Lavoro, ha saputo quasi prevedere il futuro? E chi era il Biagi privato?
“Le testimonianze che abbiamo raccolto raccontano di una figura molto complessa, dalle molte sfaccettature, capace di mettere insieme la praticità anglosassone con quella emiliana ma anche di un’attenzione al sociale che non sempre gli è stata riconosciuta, anche dopo la sua morte, non soltanto dai suoi avversari politici, e che derivava dalla sua formazione cattolico-socialista. Biagi aveva capito con vent’anni di anticipo lo stravolgimento del mercato del lavoro nel quale ci troviamo, aveva previsto quel precariato del tutto nuovo di oggi, quali sarebbero state le difficoltà dei giovani nel trovare un lavoro qualificato, la rivoluzione industriale dovuta all’avvento dei robot in sostituzione dei lavoratori, la necessità di una continua formazione. Da uomo pratico, cercava delle soluzioni concrete, magari azzardate, secondo me anche discutibili, che riteneva indispensabili per modificare il mercato del lavoro. Biagi non era una primadonna e quelle pochissime immagini pubbliche che abbiamo di lui lo fanno apparire come un uomo molto più duro, arcigno di quanto ci è stato raccontato. La sua dimensione umana si rivela nei filmini familiari: un uomo allegro, vitale, pieno di amici che, in una frase straziante, dice con orgoglio guardando l’obiettivo che lo inquadra: “Ho 35 anni, una bella famiglia, una cattedra universitaria, un grande futuro davanti”. Un futuro che non arriverà mai”.

Con quale linguaggio ha scelto di raccontare Marco Biagi ai giovani?
“Di Marco Biagi sapevo poco. Sapevo che era un giuslavorista e, naturalmente, che era stato assassinato dalle Br. Un uomo indifeso, a cui lo Stato aveva tolto la scorta, ucciso sottocasa mentre tornava a casa dal lavoro: niente di più. Probabilmente i giovani ignorano chi sia Biagi, e spero che il mio documentario possa incuriosire qualcuno di loro, dopo tutto parliamo di lavoro precario, di call center, di nuovi tipologie di lavoro, ma ho girato senza pensare ad un pubblico particolare. Con la telecamera ho pedinato un attore che vuole ricostruire la figura di Marco Biagi, arriva in treno alla Stazione di Bologna, affitta una bicicletta con la quale si muove nei luoghi che il professore frequentava, incontra persone, raccoglie testimonianze, anche contraddittorie, tra gli studenti di oggi e i suoi ex studenti, politici, sindacalisti, amici cercando di mettere insieme i tasselli necessari. Potrei dire che un altro protagonista del documentario è la bicicletta. Non soltanto perché Biagi è stato assassinato dalle Br mentre tornava a casa in bicicletta e ogni anno nell’anniversario della sua morte un corteo di biciclette attraversa il centro della città, ma anche perché la bicicletta è uno dei simboli di Bologna. Così come un’altra bicicletta è rimasta nella memoria di molti: quella appoggiata sotto i portici di Via Valdonica dal suo proprietario, colpito a morte il 19 Marzo 2002”.

( di Silvana Mazzocchi – Passaparola – La Repubblica)